La serata iniziò come tante altre. Le luci del negozio erano fredde, il pavimento lucido e l'aria odorava di polvere e detersivo a buon mercato.

Capitolo uno

La serata iniziò come tante altre. Le luci del negozio erano fredde, il pavimento lucido e l’aria odorava di polvere e detersivo a buon mercato. Si sentiva il bip costante dello scanner e il lieve mormorio delle persone che si affrettavano a tornare a casa.

 

Ero in piedi alla cassa, contando i minuti che mancavano alla chiusura. La testa mi girava per le bollette che non sarebbero arrivate. Il mutuo che avevo acceso due anni prima esigeva il suo pagamento. I tassi d’interesse aumentavano e alla banca non importava se fossi stanco o se avessi ancora un briciolo di speranza.

Poi la vidi.

Una bambina, debole e pallida, come se la luce la attraversasse senza fermarsi. I capelli erano tirati indietro in modo goffo, gli abiti pendevano come su una gruccia. Non era una di quelle bambine che ridono e corrono tra le bancarelle. Camminava con cautela, con occhi che guardavano tutto e nessuno.

Si fermò davanti alle caramelle. Allungò la mano, prese una confezione, si guardò intorno. Non era furba. Non era impertinente. Era disperata.

L’ho vista infilare il pacchetto in tasca. L’ho vista deglutire come se avesse qualcosa incastrato in gola. L’ho vista camminare verso l’uscita con quell’andatura esagerata e innaturale di chi finge di essere invisibile.

Sono uscito da dietro la cassa.

Non ho alzato la voce. Non ho chiamato la sicurezza. L’ho semplicemente raggiunta alla porta e le ho detto a bassa voce:

– Aspettare.

Si voltò come colpita. I suoi occhi si spalancarono, il suo viso impallidì ulteriormente e le sue labbra tremarono.

«No… per favore…» sussurrò prima ancora che potessi dire qualcosa.

Tirò fuori il pacco e lo tenne con entrambe le mani, come se stesse stringendo qualcosa di pericoloso. Poi scoppiò a piangere. Non il pianto infantile che passa in fretta. Ma un pianto che sgorgava da un luogo dove non aveva più forze.

«Questi sono i dolci preferiti di mia madre», disse, le parole che le uscivano a fatica. «Sta morendo. Volevo solo darle qualcosa di dolce prima che se ne andasse.»

Un peso opprimente mi si è accumulato nel petto. Avrei voluto dire che c’erano delle regole. Che rubare era rubare. Che anch’io avevo dei problemi.

Ma invece ho sentito la mia voce:

– Quanto costano?

Mi guardò con aria incomprensibile, come se si aspettasse che tirassi fuori delle manette. Tornai alla cassa, pagai le caramelle e le misi in un sacchetto.

Poi ho messo la mano in tasca, ho tirato fuori i soldi che avevo messo da parte per la rata del prestito e li ho dati. Duecento leva. Era come se la mia mano appartenesse a qualcun altro.

– Prendilo. Per medicine, per cibo… per qualsiasi cosa ti serva. Solo… non rubare più.

Non osò prenderle subito. Le sue dita sfiorarono le banconote come se fossero bollenti.

«Li… restituirò», sussurrò. «Lo giuro.»

«Restituiscili a tua madre», risposi. «Ne ha bisogno adesso.»

Proprio in quel momento, alle mie spalle, sentii uno strattone secco a una sedia e dei passi pesanti.

Kalin.

Il mio capo era uno di quelli che non entravano nella stanza, ma irrompevano con fare minaccioso. Sempre con le regole in bocca e il sospetto negli occhi. Guardò la ragazza, la borsa, i soldi che teneva in mano, e il suo viso si contorse.

«Che cosa stai facendo?» sibilò. «Distribuisci soldi? Apri un negozio di beneficenza?»

Ho cercato di parlare con calma.

– Kalin, è una bambina. Ha rubato delle caramelle. Le ho pagate io. Le ho dato i miei soldi.

– Tuo? – rise, ma la sua risata fu come uno schiocco. – Tu sei il volto del negozio. Sei un esempio. Se tutti cominciassero a pagare i ladri, domani si porterebbero via metà della merce!

La ragazza sussultò come se quelle parole l’avessero colpita in pieno. Si era già scusata con tutto il corpo, eppure non era ancora abbastanza.

«Kalin, lasciala andare», dissi. «Non succederà più.»

Si avvicinò a me, così tanto che potei sentire il suo respiro, intriso di caffè e rabbia.

«Non succederà più», disse a bassa voce, con tono minaccioso. «Sei licenziato. Immediatamente. Dammi il distintivo. E vattene.»

Mi è venuto un nodo alla gola. Il prestito, le bollette, tutto si era accumulato.

“Non puoi…” iniziai a dire, ma Kalin stava già agitando la mano come se stesse inseguendo una mosca.

– Posso. E lo faccio. La sicurezza!

La guardia giurata, che fino a quel momento aveva fatto finta di niente, si alzò in piedi. Aveva un’aria colpevole. Non era una persona cattiva, semplicemente non era coraggioso.

Ho tolto il piatto. L’ho lasciato sul bancone.

La ragazza mi guardò con le lacrime agli occhi, ma ora il suo pianto era diverso. C’erano senso di colpa, paura e una sorta di disperata gratitudine.

“Non l’ho fatto apposta…” sussurrò.

«Vai», dissi. «Da tua madre.»

Se ne andò, ma sulla soglia si voltò di nuovo. I suoi occhi si fissarono su di me, come se volesse imprimere per sempre il mio volto nella memoria.

E io rimasi lì a guardare la porta chiudersi e la mia vita sgretolarsi in silenzio.